Il tramonto

"Tibetan letter A in a thigle of five col...

Image via Wikipedia

Ieri sera ossservavo il tramonto dalla veranda, il sole lanciava le sue lingue infuocate ovunque, quasi con rabbia, sprecandosi con la sua stupenda luce su edifici, alberi, fiumi… montagne. Rimasi stordito per un po’, stupito di incantarmi a queste cose, benché ormai non più giovane e invidiavo al giorno che si spegneva quella forza che non abbiamo noi umani nei nostri ultimi anni.. quella luce capace di cancellare tutte le opacità della nostra vita…. alcuni raggi trafissero il mio bicchiere di vino rosso e così si celebrò una sorta di comunione luminosa e rubiconda che mi lasciò stupefatto. Ecco, pensai un’altra sorta di fascino, ecco, qualcosa di sacro, ecco il tramonto creazione di Dio, ecco il vino, creazione dell’uomo e tornai con la mente sulla parola –  sacro – già è una parola che sentiamo solo in bocca ai preti e comunque sempre meno. E’ una parola obsoleta, è una parola impegnativa, fa paura il suo Mistero. Sì sembra sembra proprio di dominio dei preti o degli sciamani. E per chi la ascolta pronunciare nelle cerimonie, effettivamente ignota. Perché abbiamo perso il contatto, la sottile sensibilità dei nostri antenati primordiali che identificavano il mistero con il sacro ed è così che ogni fenomeno naturale veniva considerato sacro in quanto non si spiegavano le sue origini. Ma questo lo sappiamo tutti. Un tempo però gli uomini non persero d’animo e sfidarono sacro ed ignoto fino alla conoscenza ed alla identificazione di entità che loro chiamarono spiriti. Sì, gli spiriti del bene, gli spiriti avversi, gli spiriti del fiume, dei campi e via così. Celebravano cerimonie prima di iniziare una costruzione su campo di terra, si scusavano con lo spirito che ivi risiedeva per il disturbo provocato. Ed erano anche capaci, con le dovute cerimonie di farsi curare dagli spiriti che partivano, risalivano al luogo ed al tempo in cui la malattia era stato contratta, ne rimuovevano la causa e portavano a guarigione il malato. Dopo documenterò in calce la fonte a cui ho attinto, ma sta di fatto che per noi un prato è unicamente un fazzoletto verde su cui fare merenda, mentre per i nostri progenitori era ben di più. Si stratta di “strati” dell’essere che non non frequentiamo più e chi come me parla di queste cose può ben passare per visionario. Ma forse l’uomo oggi è in grado di recuperare queste dimensioni: la filosofie orientali, il chanelling, la meditazione trascendentale possono aiutarci, l’importante è fare un tuffo dentro se stessi ed avere il coraggio di affrontare l’ignoto.

Il libro a cui queste mie parole fanno riferimento è ” Guarire con LA FORMA, L’ENERGIA E LA LUCE” – ” I CINQUE ELEMENTI DELLO SCIAMANESIMO NEL TANTRA E NELLO DZOGCHEN TIBETANI di TENZIN WANGYAL RINPOCHE per i tipi della Ubaldini.

Lo Dzogchen è una religione primordiale, forse precedente al Buddhismo con il quale sembra essersi fuso in epoca più recente. Lo Dzogchen è una religione possente che affonda le sue radici nelle viscere umane – è proprio il caso di dirlo! – e svela misteri di forze sconosciute che concorrono a formarci, a guarirci e a farci morire.

Ormai è sera e comincia a nevicare……….ma ho una strana impressione, come se queste parole non fossero state scritte da me, infatti pensavo a Krishnamurti, al suo stile al modo di introdurre i suoi discorsi. Saranno reminiscenze.

Informazioni su Giorgio Mantello

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